Parrocchia di Salzano

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Quarto incontro serale 24 Febbraio '10

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ALLA RISCOPERTA DELLA FEDE (Quarta Serata)

Un'opportunità che ci è offerta per alimentare la nostra fede e adesione a Gesù Risorto...

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Riflessioni sulla lavanda dei piedi

(Gv 13, 1-17)

Il racconto della lavanda dei piedi  appartiene solo al vangelo di Giovanni e potremmo chiamarlo la porta d'entrata ai discorsi d'addio di Gesù ai suoi discepoli.

Prima di rivolgere loro il suo testamento spirituale, Gesù compie un gesto che non è solo simbolico, ma anche profetico. Potremmo dire, infatti, che con questo racconto Giovanni fa una sintesi della passione di Gesù che dona la sua vita per noi, la depone ai nostri piedi, ci accoglie come ospiti nella sua redenzione, ci introduce come fratelli nel suo mistero di gloria.

L'inizio "Prima della festa di Pasqua" situa a livello teologico il racconto: quello che avviene è sotto l'egida della Pasqua, della passione, morte e risurrezione di Gesù. Questa collocazione temporale non coincide con quella dei sinottici, che situano invece l'ultima cena di Gesù nel contesto della pasqua ebraica, dunque non "prima", ma durante la pasqua che commemorava la liberazione dall'Egitto. Questa incongruenza temporale non ci deve preoccupare eccessivamente. Ricordiamoci, infatti, che questo Vangelo mira a proporre una rilettura teologica degli avvenimenti che caratterizzarono la vita di Gesù: il suo intento non è soprattutto storico, ma simbolico e teologico. Per Giovanni, Gesù celebra la sua Pasqua sulla croce, viene infatti immolato nel momento in cui si uccidevano gli agnelli per la cena pasquale. Quel Cristo che il Battista aveva presentato come "l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,29), si presenterà come l'agnello immolato sulla croce per i nostri peccati.

Comprendiamo da questo che il primo versetto del capitolo 13 è una vera introduzione solenne a tutti i capitoli successivi, a quel "libro della gloria" che costituisce l'ultima parte del racconto giovanneo. L'amore di cui parla questo versetto è quello divino che occupa tutta la storia di Gesù: Egli ha sempre amato i suoi (e tutti appartengono all'amore di Cristo) e ora li ama "sino alla fine". Il termine greco usato è telos, che non vuol dire solo fine, termine, ma anche completezza, pienezza: Gesù non solo ama fino alla morte, ma anche alla perfezione, compiutamente. È da questa parola che deriva il verbo greco teleo che Gesù usa sulla croce quando dice: "Tutto è compiuto". "Li amò sino alla fine" mette dunque in relazione questi capitoli con la pienezza della rivelazione dell'amore di Gesù che ci sarà sulla croce.

Inizia poi il racconto di questo gesto compiuto da Gesù quando già il diavolo aveva gettato nel cuore di Giuda l'idea del tradimento. Gesù, quindi compie questo gesto nella piena consapevolezza di ciò che sta per accadere (notiamo, a questa proposito l'insistenza del verbo "sapere" che c'è in questo racconto: Giovanni presenta sempre il Cristo con la qualità divina della sapienza). Per Giovanni il tradimento non avviene per motivi meschini, ma è il diavolo che lo ispira e Giuda diventa un burattino nelle mani dell'avversario. L'enigma di Giuda è quello della presenza del male nel cuore dell'uomo e all'interno della comunità cristiana: all'opera c'è il divisore, ma colui che gli presta ascolto, come i progenitori della Genesi, si allea con le sue trame. Inevitabilmente chi non ascolta Gesù e non crede nel suo amore, presta il fianco alla paura insinuata dal nemico e diventa "colui che tradisce".

Gesù sa che sta per tornare "presso" il Padre, come da Lui era venuto: Giovanni descrive tutta la storia di Gesù come un parabola che discende dal cielo e poi vi torna, tracciando così tutto il movimento dell'amore che parte dal cuore stesso della Trinità per avvolgere il mondo intero. Per questo compie un gesto che è prima di tutto profetico, come i profeti nell'AT che spesso rivelavano il messaggio di Dio con dei gesti simbolici. Il significato primo della lavanda dei piedi è la profezia della morte e risurrezione di Cristo: egli "depone" le vesti per poi "riprenderle" (e nel testo sono usati gli stessi verbi che abbiamo al capitolo 10 di Giovanni in cui Gesù dice che depone la sua vita e la riprende per le sue pecorelle). Si mette ai piedi dei suoi discepoli e realizza quello che Paolo canterà nel suo inno cristologico della lettera ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo...» (Fil 2, 6ss).

Questa umiltà di Gesù è il segno del suo amore per noi: non vi è però nulla di servile. Infatti, il servilismo fa qualcosa per ricevere un contraccambio, fa per avere; il servizio è di segno completamente opposto: fa per donare, è gratuito. Gesù si presenta come "colui che serve" (cfr Lc 22, 27), perché è venuto per servire e non per essere servito.

Questo è il rovesciamento totale dell'immagine di Dio: non è il potente, ma il servo; non il dominatore, ma colui che abbraccia. È questo ciò che disorienta Pietro: egli non può accettare di seguire uno che invece di regnare serve; che invece di comandare lava i piedi dei suoi discepoli, che cioè compie un gesto che designa certamente l'ospitalità (ogni uomo è chiamato a diventare l'ospite di Dio), ma che era anche riservato agli schiavi, anche se a volte era un segno di amore e di onore che i discepoli riservavano al loro rabbi. Gesù ribalta questo criterio ed è lui a lavare i piedi di coloro che lo andranno ad annunciare, come scrive Isaia, citato anche dalla Lettera ai Romani: «Come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!» (cfr Rom 10, 14-15). Il primo servizio proposto da Gesù è quello dell'annuncio del Regno di Dio. Egli comanderà di seguire il suo esempio, ma il cristiano non è solamente il filantropo che ama i fratelli e li serve, ma uno che sceglie di servire per stare dalla parte di Dio, per annunciare nel suo servizio tutto l'amore che Dio ha riversato sulla sua vita (cfr 1 Gv 4).

I padri della Chiesa vedevano in questa lavanda il simbolo del Battesimo e della Penitenza, cioè un simbolo sacramentale. I diversi significati di questo gesto non si annullano a vicenda, ma si integrano: potremmo dire che proprio perché segno della donazione totale e completa di Gesù, della sua morte e risurrezione, la lavanda dei piedi è anche simbolo del Battesimo che ci seppellisce nella sua morte e ci fa risorgere con Lui a vita nuova. Gesù dirà infatti : «Se io non ti lavo, non avrai parte con me», cioè non potrai partecipare alla mia eredità. Ciò che salva, che fa entrare nel regno promesso, non è tanto la lavanda dei piedi, ma ciò che essa simboleggia: la salvezza di Cristo. Gesù ripete a ciascuno di noi : «Se tu non ti lasci salvare, amare, servire da me, non potrai gustare la gioia del Regno dell'amore». Questo è il regno descritto in un parabola di Luca in cui è detto: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37).

Quando poi Gesù finalmente parla, non spiega il mistero, ma ne descrive le conseguenze: non ci dice perché egli si presenti come servo, ma ci mostra che per essere suoi discepoli dobbiamo seguire il suo esempio, seguire il suo modello di vita: servire gli altri, deponendo tutta la nostra vita ai piedi dei nostri fratelli.

Il comando è chiaro: «Come ho fatto io, fate anche voi». Il termine "come" in greco non ha solo valore comparativo, ma anche generativo. È lo stesso termine che Gesù userà più avanti, quando dice: «Amatevi come io vi ho amati» (Gv 13,34). Esso vuol dire "per il fatto che", cioè: «Per il fatto che io ho compiuto questo, vi dono di farlo anche voi... Per il fatto che vi amo, potete amare anche voi». È lui che agisce in noi, che ci fa entrare nel suo amore, nella sua azione.

Il verbo "fare" riecheggia "fate questo in memoria di me" (Lc 22,19). Vi sono quindi due prassi che Gesù chiede ai suoi discepoli: quella del culto, memoriale della sua morte e risurrezione, e quella esistenziale, del servizio, l'attualizzazione perenne del dono di Gesù per l'umanità. Questo per dire che come il servizio parte dall'altare, così non vi può essere vera eucaristia che non si traduca in servizio.

Il racconto si conclude con un "sarete beati": Gesù fa del servizio una beatitudine. Potremmo concludere per questo con una frase di un commentatore che scrive: «Nell'amore è la pienezza della vita, nella diaconia è la pienezza dell'amore».

 

Elide Siviero

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Maggio 2010 18:44  

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