ALLA RISCOPERTA DELLA FEDE (Terza Serata)
Un'opportunità che ci è offerta per alimentare la nostra fede e adesione a Gesù Risorto...
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Sintesi della lectio sull'invio dei 70 discepoli (Lc 10)
Elide Siviero
Il brano potrebbe appartenere al genere letterario dei discorsi di addio: infatti ha in sé un'analogia con il testamento di Mosé presentato nel grande libro del Deuteronomio. Luca presenta questa sorta di testamento di Gesù, le sue volontà, le sue consegne ai discepoli, mentre Gesù è in viaggio, perché il viaggio è una specie di parabola della vita della Chiesa sempre in cammino sulle vie di Dio (infatti negli Atti, il Cristianesimo è presentato come una via). Il testo è da mettere in relazione con Lc 9,1-6 dove l'evangelista racconta l'invio dei 12 apostoli: se il primo invio si rivolge a Israele, questo secondo, con un gruppo di discepoli più ampio, ha un carattere universale, si rivolge a tutte le genti. I due invii sono legati fra loro, l'uno rimanda all'altro. Non esistono solo gli apostoli, ma tutti i discepoli sono chiamati alla missione: la cosa centrale, essenziale, non è il successo ma la vita eterna, quello che dirà al v. 20: i nostri nomi sono scritti in cielo
V 1 I fatti a cui si riferisce sono le parole dette da Gesù poco sopra (9,57-62) dove egli propone le esigenze della vocazione apostolica: seguire senza indugio, senza voltarsi indietro. I discepoli, come Gesù che si dirige decisamente verso Gerusalemme (9,51), devono non avere indugi ed essere decisi per il Regno. Questo però non è per tutti, ma solo per alcuni, gli apostoli, chiamati esplicitamente a questa radicalità, ecco allora la designazione di altri, diversi dagli apostoli, che allarga la chiamata a tutti i discepoli. La diversità è la stessa che esiste fra le fondamenta e la costruzione: diverse ma necessarie per edificare la Chiesa.
È Gesù stesso a designare (anadeiknunai): il termine evoca un linguaggio giuridico ufficiale e solenne. Gesù è in veste regale e manda i discepoli come araldi. Ne designa 70, numero che rimanda a Gen 10 (elenco dei popoli della terra) o a Nm 11 (lo spirito dato a 70 anziani, raccontato anche in Es 24). Sono mandati a due a due, in coppia, perché la testimonianza era valida se data da due persone (cfr Dt 19,15). Questo dice anche che due che stanno insieme testimoniano il nome che li unisce (cfr Mt 18,20).
Li manda davanti al suo volto, quel volto che era stato visto splendido dagli apostoli nella Trasfigurazione (cfr Lc 9,28-35).
V 2. L'esordio è dato da un'affermazione: la messe è molta. L'abbondanza della messe per prima cosa deve evocare la gioia del raccolto, non la paura della fatica. È la constatazione di un'abbondanza fruttuosa. La prima chiamata è alla gioia. Al raccolto erano legate le feste: la mietitura e la vendemmia. Fare festa voleva dire portare il nome di Dio sulla terra. Parlare di una messe da raccogliere afferma che il Regno di Dio non è da produrre, ma da cercare. Parlare di messe evoca il concetto di mietitura che ha un valore ambivalente: da una parte, come detto, la gioia del raccolto, dall'altra essa è l'immagine del giudizio (cfr Gl 4; Is 54; Ap 14). In ogni caso, quando si parla di mietitura si parla di mettere in salvo la messe: è l'atto di salvezza del divino seminatore, che non vuole che il suo frutto vada perso. Per Luca la prospettiva non è quella di un evento imminente, ma quella del campo universale, della missione universale per tutti i popoli, numerosi rispetto al numero limitato degli evangelizzatori. Questa prospettiva è raccontata anche dall'incontro di Gesù con i Samaritani in Gv 4. Nel tempo di Dio chi ara si incontra con chi miete, come era la promessa messianica di Amos (cfr Am 9,13): i discepoli continuano nella loro vita l'opera di Gesù. Pregate è l'invito di Cristo, il verbo deomai indica aver bisogno, essere nella necessità: la preghiera è la sorgente della missione. Di fronte all'abbondanza della messe l'invito non è "lavorate!" ma "pregate!". I discepoli sono mandati a raccogliere dove non hanno seminato, sono chiamati a mietere quel seme caduto, rappresentato da Gesù (cfr Gv 12). Rilevare la vocazione alla mietitura vuol dire precisare che i discepoli non sono all'origine né della salvezza né della fede, ecco perché essi devono pregare! Operai deriva da opera, anche in greco ergates. Si evoca quindi un'opera da compiere, come Gesù che compie l'opera del Padre (cfr Gv 5), o come dice Ef 2,10 "Noi siamo sua opera in vista delle buone opere...". Mandi, in greco ec-ballo: gettare fuori. Il Padrone deve gettare fuori dalle proprie sicurezze coloro che chiama, per gettarli nell'opera di Dio. Il verbo evoca il concetto di stanare fuori...
V. 3 Andate segue subito un comando ad andare e a questo la descrizione di una sorte piena di ostilità. L'eco è quella di Is 11,6, con l'opposizione agnello e lupo, ma soprattutto richiama l'agnello immolato raccontato da Is 53,7 (richiamato da Rom 8): i discepoli devono andare indifesi come agnelli e assomigliare all'Agnello immolato, consegnato fino alla morte...
V 4 Seguono una serie di divieti. Sono direttive già esposte in parte in 9,3. Evocano ancora una volta la radicalità. I discepoli non devono portare con sé sicurezze: niente borsa per i soldi, niente bisaccia per il pane, non devono avere nemmeno l'indispensabile, come i sandali: questo suppone il diritto all'ospitalità e il dover dipendere dagli altri. Quando hai cose dai cose, se non hai nulla puoi dare solo la fede come Pietro alla porta bella del tempio che guarisce il paralitico (cfr At 3). Dipendendo dagli altri i discepoli sono anche liberati dal timore di incorrere nell'impurità legale (cfr Lc 12 22). Essi non devono nemmeno salutare, cioè perdere tempo, indugiare in convenevoli: annunciare il Vangelo è la cosa più urgente.
V 5. Essi però annunciano la pace, si fermano per fare questo. È il compito dei messaggeri degli ultimi tempi (Is 52,7 "Come sono belli sui monti i piedi di coloro che annunciano la pace...". Ricordiamo che pace è il dono del Risorto e che ha in sé la valenza della pienezza della vita.
V 6 Chi è in grado di accogliere la pace diventa un trono della pace. È una pace che "Riposerà", verbo usato per parlare dello Spirito di Dio che riposa sugli uomini (cfr Nm 11,25; 2Re 2,15).
V 7 È prescritta la condivisione della vita con gli altri, anche qui senza timore della diversità o della purità legale. Anche Paolo chiede di andare e mangiare quello che vi pongono dinnanzi (cfr 1Cor 10,27)
V 8 Dalla casa si passa alla città: dal privato al pubblico.
V 9. Il primo annuncio è dato dalla cura per i malati: la cura è segno della presenza di Dio. Con la cura arriva anche l'annuncio che il Regno di Dio è accanto a noi, è vicino, è presente.
V. 10-11. L'annuncio è fatto nella debolezza, ecco perché bisogna prepararsi al rifiuto. Quando questo avviene, i discepoli sono chiamati a compiere un gesto profetico che indica la rottura della comunione: scuotere la polvere dai calzari. Era il gesto di chi entrava nella terra promessa da una terra infedele, per lasciare fuori ogni impurità. È quindi il gesto di chi non accetta la logica del mondo, non se la porta dentro: il mondo che rifiuta Gesù è quello al quale i discepoli non appartengono (Gv 17: nel mondo ma non del mondo!). Ma nonostante il rifiuto, la salvezza resta offerta: si dice lo stesso che il regno di Dio è vicino, lo si continua a dire anche dove c'è il rifiuto.
V 12 Segue una sentenza che dà il carattere definitivo della salvezza portata da Gesù, di fronte alla quale tutto acquista un peso nuovo e determinante. Chi rifiuta Gesù è peggio della città perversa di Sodoma (cfr Gen 19). Non è una frase di vendetta, ma una frase che mette in luce la serietà della decisione richiesta davanti all'annuncio del Regno di Dio.
V. 13-15 Sul filone dei profeti che minacciavano Israele per scuoterlo dal torpore dell'idolatria (cfr Am 6), si stagliano queste frasi che ci suonano dure, ma che in realtà sono un lamento di Gesù su quelle città che descrivono il triangolo del suo campo di azione in Galilea: Corazin, Bestaida, Cafarnao. Esse sono peggio di Tiro e Sidone, simbolo delle città pagane dove si trovavano gli affari e di conseguenza anche lo sfruttamento dei poveri e le ingiustizie. Queste città si sarebbero convertite (e l'eco è quella di Ninive che si converte all'annuncio di Giona, cfr. Gio 3). Con il rifiuto, le città della Galilea si autoescludono dalla salvezza: Gesù non fa altro che constatare la loro perdizione: non è quindi una minaccia, ma un'amara constatazione. È il lamento per il male dell'uomo, la forma estrema dell'annuncio, come la croce non è una minaccia per l'uomo, ma indica la serietà dell'amore di Dio per noi e la gravità del nostro peccato. Il paragone con le città pagane serve a porre l'accento sul comportamento insensato di Israele che rifiuta Gesù. Il peccato vero è il rifiuto di Gesù.
V. 16 Gesù riporta la regola giudaica dello shaliah, che identifica l'inviato con il mandante. Egli continua a rivolgersi agli uomini nella proclamazione dei discepoli. È questo versetto finale che ci porta la sintesi dell'istruzione: i discepoli, missionari di Gesù, sono segni viventi di Cristo risorto.





